Bomarzo, il desiderio nel labirinto barocco di Mujica Lainez

Bomarzo, il desiderio nel labirinto barocco di Mujica Lainez

Nel cuore di Bomarzo c’è un uomo che ripensa la propria vita come se fosse un giardino di pietra: pieno di mostri, ombre, attrazioni e ferite. Manuel Mujica Lainez prende la figura storica del duca Vicino Orsini e la trasforma in un protagonista letterario che osserva il mondo con una sensibilità insieme barocca e inquieta, sospesa tra memoria, desiderio e potere. Il risultato non è un semplice romanzo storico, ma una reinvenzione immaginativa del Sacro Bosco di Bomarzo, luogo reale e insieme mentale, dove l’arte sembra nascere dalla stranezza, dalla perdita e da ciò che resta ai margini.

Un romanzo barocco, sensuale, intimo

La forza del libro sta proprio nella sua voce: intima, colta, sensuale, capace di avvicinare la materia storica senza irrigidirla. Mujica Lainez non usa Vicino Orsini come un eroe da manuale, ma come una presenza attraversata da tensioni profonde, da rapporti che contano più delle dichiarazioni solenni, da una coscienza che si muove nel labirinto del proprio tempo. Il romanzo intreccia fantasia, introspezione e storia, e costruisce attorno al protagonista un’atmosfera in cui l’eccezionale non è mai solo decorativo: è il modo in cui il mondo si lascia percepire quando lo si guarda da vicino, con desiderio e diffidenza insieme.

È qui che Bomarzo continua a colpire. La sua materia non sta soltanto nella ricostruzione di un’epoca, ma nel modo in cui mette in scena il rapporto tra arte, mostruosità e potere. Il Sacro Bosco non è un fondale pittoresco: diventa una forma di pensiero, un paesaggio emotivo che rispecchia la complessità del duca e la sua distanza da ogni immagine rassicurante. Anche per questo il romanzo si presta a una lettura queer: non come etichetta imposta dall’esterno, ma come lente critica utile a cogliere il desiderio, l’ambiguità e la marginalità che attraversano la figura centrale.

Dal 1965 a oggi, un ritorno che conta

Il libro è arrivato in Italia con una traduzione storica Rizzoli del 1965, firmata da Cesco Vian; oggi torna in nuova edizione per Edizioni SUR, riportando l’opera dentro la conversazione contemporanea. A rendere interessante questo ritorno è anche la presenza di una prefazione di Álvaro Enrigue, che avvicina il romanzo a una sensibilità di oggi senza togliergli la sua opacità barocca. Non si tratta di recuperare un classico per archiviarlo, ma di rimettere in circolo un libro che continua a parlare di corpi, gerarchie, desiderio e differenza con una libertà rara.

Bomarzo non chiede di essere letto in fretta. Si legge come si attraversa un giardino pieno di statue inattese: con curiosità, con un lieve disagio, con la sensazione che qualcosa stia sempre sfuggendo alla definizione. Ed è forse proprio questo il suo fascino più duraturo: non offrire una figura limpida, ma lasciare il lettore davanti a un volto che cambia con la luce. Quanto di quella ombra, ancora oggi, continua a somigliare al nostro modo di desiderare?

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